La democrazia che non c'è
Introduzione: una democrazia sempre "a rischio"
Non passa settimana senza che qualcuno annunci che la democrazia è in pericolo. Lo dice l'opposizione quando il governo approva una legge sgradita. Lo dice il governo quando l'opposizione occupa le piazze o le aule. Lo dicono i giornali, gli intellettuali, i commentatori.
Il ritornello cambia bocca ma non parole. Una riforma è "poco democratica", una dichiarazione "mina le istituzioni", un comportamento "mette a rischio la democrazia". È l'accusa più grave che si possa lanciare nel dibattito pubblico, e proprio per questo la più abusata.
C'è però una domanda che nessuno di loro si pone. Si può mettere a rischio qualcosa che non c'è? Questo saggio sostiene una tesi scomoda: l'Italia, come gran parte dei paesi che si definiscono democratici, è molto lontana dalla democrazia. Chi grida al pericolo difende in realtà un sistema di potere di cui fa parte.
Non è un'accusa di malafede ai singoli. È un tentativo di guardare la mappa per quello che è, e non per come ci è stata raccontata.
1. Che cosa vuol dire "democrazia"
La parola viene dal greco: dêmos, il popolo, e krátos, il potere. Potere del popolo. Non potere in nome del popolo, non potere sul popolo con il suo consenso periodico. Potere esercitato dal popolo stesso.
Ad Atene, nel V secolo a.C., questo significato era preso alla lettera. I cittadini si riunivano nell'assemblea e votavano le leggi, la guerra, la pace. Gran parte delle cariche pubbliche era assegnata per sorteggio, non per elezione. Gli Ateniesi consideravano l'elezione un metodo aristocratico, perché premia i più noti, i più ricchi, i più abili a farsi scegliere.
Quella democrazia escludeva donne, schiavi e stranieri, e nessuno la vuole riprodurre così com'era. Ma il suo principio resta una misura utile. Se democrazia significa che chi è governato governa, possiamo chiederci quanto i nostri sistemi si avvicinano a quell'idea. La risposta è: poco.
2. La rappresentanza come finzione
I sistemi moderni hanno risolto il problema con un'etichetta: democrazia rappresentativa. Il popolo non decide, ma sceglie chi decide. È presentata come un compromesso tecnico, imposto dalle dimensioni degli Stati moderni. In realtà è un sistema diverso, con una logica propria.
Rousseau lo aveva capito già nel 1762. Scriveva che la sovranità non può essere rappresentata, e che il popolo inglese si crede libero ma lo è solo durante l'elezione dei membri del Parlamento. Appena eletti quelli, il popolo torna schiavo, non è più niente.
Il voto ogni cinque anni non trasferisce al cittadino un potere. Glielo toglie, con il suo consenso, per un periodo lungo e senza possibilità di riprenderlo. Chiamarlo "potere del popolo" è come chiamare proprietario chi può solo scegliere a chi cedere la propria casa.
La Costituzione italiana scrive all'articolo 1 che "la sovranità appartiene al popolo". Aggiunge subito dopo: "che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". In quelle forme e in quei limiti sta tutta la distanza tra la parola e la cosa.
3. Chi è la "Nazione"?
L'articolo 67 della Costituzione dice: "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato". È una frase solenne, e quasi nessuno si chiede che cosa voglia dire davvero.
Che cos'è la Nazione, se non i suoi cittadini e i loro interessi concreti? Eppure l'articolo separa le due cose. Il parlamentare non rappresenta chi lo ha votato, né il suo territorio, né il programma con cui si è presentato. Rappresenta un'astrazione, e un'astrazione non può chiedere conto a nessuno.
Il divieto di mandato imperativo nasce con buone intenzioni: proteggere l'eletto dalle pressioni dei capi partito e degli interessi particolari. Nel 1774 Edmund Burke lo difendeva davanti ai suoi elettori di Bristol: il deputato deve seguire il proprio giudizio, non le istruzioni di chi lo ha eletto. Il risultato pratico, oggi, è un altro. L'eletto può cambiare partito, votare il contrario di quanto promesso, sostenere un governo che i suoi elettori volevano combattere. Nessuno può fermarlo fino alla fine della legislatura.
Una delega senza garanzie non è rappresentanza. È una cambiale in bianco. E viene da chiedersi se un Parlamento costruito così sia davvero necessario, o se sia solo il modo in cui un ceto ristretto ha reso stabile il proprio ruolo.
4. Scegliere a chi firmare la cambiale
Si potrebbe pensare che basti restituire agli elettori la scelta dei nomi. Non è così. Anche il candidato più votato, una volta eletto, è libero di fare il contrario di ciò che ha promesso, grazie all'articolo 67. Senza un vincolo di mandato, la preferenza serve solo a scegliere a chi firmare la cambiale in bianco.
E i nomi, finora, non li sceglievamo nemmeno. Con il Rosatellum del 2017 circa tre seggi su otto si assegnano in collegi uninominali, con un solo candidato per coalizione deciso dai partiti. Il resto va a liste bloccate, senza preferenze. Le candidature multiple permettono allo stesso nome di comparire in più collegi, e dopo il voto un meccanismo automatico stabilisce dove risulta eletto: chi entra al suo posto negli altri non lo sceglie l'elettore.
La nuova legge elettorale, approvata in via definitiva dalla Camera l'8 ottobre 2026 con 227 voti favorevoli e 164 contrari dopo tre voti di fiducia, viene presentata come il ritorno delle preferenze. Lo è solo a metà. Il capolista di ogni collegio resta bloccato, e l'elettore può dare fino a tre preferenze solo ai candidati che lo seguono. Le candidature multiple restano, fino a cinque collegi. Chi entra per primo in Parlamento lo decide ancora la segreteria.
La stessa legge dà un premio di 70 deputati e 35 senatori a chi supera il 42% in entrambe le Camere. Chiede anche di indicare, insieme al simbolo, il nome del candidato presidente del Consiglio. Ma il testo richiama espressamente gli articoli 67 e 92 della Costituzione: quel nome non vincola né il Capo dello Stato né i parlamentari. Si vota un premier che nessuno è obbligato a nominare, e una maggioranza che nessuno è obbligato a rispettare.
Nel 2014 la Corte costituzionale aveva bocciato il Porcellum anche per le sue lunghe liste bloccate. Da allora le liste si sono accorciate e le preferenze sono tornate a metà. Il principio però è rimasto intatto: il parlamentare deve il posto al partito, non ai cittadini. E una volta eletto, verso i cittadini non ha alcun obbligo: l'unico legame che conta è con chi deciderà se ricandidarlo.
5. Un governo che nessuno ha eletto
Il potere più visibile e concreto, quello di governare, è il più lontano dal voto. Secondo l'articolo 92 il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri. Il governo vive finché ha la fiducia delle Camere (articolo 94).
Il cittadino non compare in nessun passaggio. Vota un Parlamento che non ha scelto davvero, il quale dà la fiducia a un governo nato da trattative a cui non ha assistito. Negli ultimi decenni abbiamo visto governi tecnici, maggioranze capovolte a metà legislatura, presidenti del Consiglio mai candidati a nulla.
E il governo non si limita a eseguire. Con i decreti-legge e la questione di fiducia scrive buona parte delle leggi e impone al Parlamento di approvarle in fretta. Il potere legislativo, l'unico con un legame anche tenue con il voto, finisce così per ratificare decisioni prese altrove.
Chi oggi denuncia che una riforma "concentra troppo potere nell'esecutivo" dimentica che il potere è già lì. E che il cittadino non ha mai avuto modo di controllarlo.
6. Una giustizia che si governa da sola
Le sentenze sono pronunciate "in nome del popolo italiano". Ma il popolo non ha alcun ruolo nella scelta di chi le pronuncia. I magistrati entrano per concorso, restano in carica per tutta la vita professionale, e la loro carriera è decisa dal Consiglio superiore della magistratura.
L'articolo 104 dice che la magistratura è "un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere". Due terzi dei membri elettivi del CSM sono scelti dagli stessi magistrati, un terzo dal Parlamento. È un sistema di autogoverno: il corpo giudica se stesso, promuove se stesso, sanziona se stesso.
L'indipendenza dei giudici dalla politica è una conquista, e nessuno vuole giudici agli ordini di un ministro. Ma indipendenza dal governo non dovrebbe voler dire indipendenza da ogni controllo. Altrove esistono forme di legame con i cittadini: giurie popolari più estese, giudici eletti a livello locale, organi di controllo con membri estratti a sorte.
In Italia un potere che decide sulla libertà delle persone risponde quasi soltanto a se stesso. Anche questo è difficile chiamarlo democrazia.
7. La Costituzione e la mano dei morti
La Costituzione italiana è entrata in vigore il 1° gennaio 1948. È stata scritta da un'Assemblea eletta nel 1946, i cui membri sono oggi tutti scomparsi. Eppure le loro scelte vincolano ancora chi vive adesso, e cambiarle è volutamente difficile.
L'articolo 138 richiede due votazioni in ogni Camera, ad almeno tre mesi di distanza, e la maggioranza assoluta nella seconda. Può seguire un referendum, ma solo se lo chiedono parlamentari, regioni o 500.000 elettori, e non se la riforma passa con i due terzi. L'articolo 139 vieta del tutto di modificare la forma repubblicana. I cittadini non possono proporre direttamente una modifica costituzionale da sottoporre al voto.
Thomas Jefferson, nel 1789, scriveva a James Madison che la terra appartiene ai vivi. Nessuna generazione, diceva, ha il diritto di legare quelle successive; ogni costituzione dovrebbe scadere dopo circa diciannove anni. Thomas Paine parlava della "presunzione di governare oltre la tomba".
Una maggioranza di ottant'anni fa decide ancora i confini di ciò che il popolo di oggi può volere. Non è la tirannia di una persona. È la tirannia di una maggioranza defunta, e la chiamiamo garanzia.
Le obiezioni, e che cosa resta
Le obiezioni sono note, e vanno prese sul serio.
- "Milioni di persone non possono decidere tutto." Vero. Ma tra il voto ogni cinque anni e l'assemblea permanente c'è molto spazio: referendum propositivi, revoca degli eletti, assemblee di cittadini estratti a sorte, bilanci partecipativi.
- "Le costituzioni rigide proteggono le minoranze." Anche questo è vero. Ma proteggere i diritti fondamentali è una cosa; bloccare ogni scelta collettiva per generazioni è un'altra.
- "Il popolo non è competente." È l'obiezione più antica, e la più onesta. Confesso che in parte la condivido: non sono sicuro che il popolo, così com'è oggi, saprebbe governarsi meglio dei suoi rappresentanti. Ma almeno lo dico. Chi la pensa così dovrebbe avere lo stesso coraggio, invece di presentarsi come difensore della democrazia.
Non so quale sia il sistema giusto. So che quello in cui viviamo non merita il nome che porta. Il primo passo per cambiarlo è smettere di fingere: la democrazia non è a rischio. Dobbiamo ancora costruirla. Resta però una domanda, e la rivolgo prima di tutto a me stesso: vogliamo davvero costruirla? Oppure ci basta continuare a chiamare democrazia un sistema che ci risparmia la fatica di governarci?